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Pongo alla vostra attenzione una email che mi è arrivata... credo si capisca che è scritta da chi in mezzo a queste meravigliose montagne ci è nato!!! Caro Massimiliano. Innanzitutto complimenti per il sito. Non so se ci conosciamo; molto probabilmente, si, anche se, mi sembra di capire, che dovresti essere degli anni '60... Io sono una specie di "disertore" di Petrella; uno che, per varie ragioni, ci fa da tempo soltanto delle rare e fugaci apparizioni; non perché io non l'ami, ma perché le mie radici sono talmente profonde che vanno a ricercare, nell'intimo dell'anima le immagini cancellate dal naturale mutamento delle cose e, troppo spesso, dal maledetto cemento e dai soldi (risparmi) utilizzati nel peggiore dei modi. Intendo dire che la mia Petrella, quella vera, autentica, con i tetti di un marrone grigio, con quell'odore di camini accesi, di fieno stivato nei "pagliari", di stalle e dei loro inquilini ( si, anche quello, e non era così sgradevole o inquinante); quella con le porte di casa aperte, da dove spesso veniva quel vociare semplice ed onesto, accompagnato a volte dal suono di scodelle e dal profumo di cucine semplici e genuine, non c'è più. Le tue riflessioni sono bellissime e commoventi, ma non hanno il sapore di chi a Petrella c'è nato e vi ha trascorso la sua infanzia; di chi ha affondando le sue tenere radici nel seno di una terra che allora sembrava essere dura, ma che è così tenera nei ricordi. Dove sono i selciati delle sue stradine che l'ignoranza ed il pessimo gusto hanno oltraggiato ricoprendoli di orrendo cemento, come una vergogna di un passato da nascondere? Mi ricordo lo sgranare dei passi di quelle scarpe chiodate che si usavano allora. Dove sono i campi seminati, i muli ed i cavali al pascolo e gli altri animali che facevano parte del panorama, integrati nella vita del paese; la festa di noi bambini quando arrivava la trebbiatrice, le scartocciate con giuochi o balli finali (con il grammofono o con la fisarmonica)…il tempo vola, trasforma e cancella (complice l'uomo), ma i ricordi restano, inesorabili, dolci e nostalgici. Ho letto, nel sito, la breve poesia di Anna Rosa sulle sorgenti del Liri; devo dire che la mia generazione si può ritenere fortunata. Noi le sorgenti le abbiamo conosciute, apprezzate, fotografate; ne abbiamo il ricordo; i giovani sanno appena che c'erano. Come erano belle, incontaminate. Ridatemi il mormorio del fiume che nelle sere d'estate, prima di dormire, affacciato alla finestra della mia camera, con lo sguardo immerso nella valle, e sotto un cielo stellato (e che cielo) da farti rimanere per ore a naso in su, mi cullava dolcemente. A ragione i Greci ed i Romani divinizzavano i fiumi… Maledetto cemento: le sorgenti non ci sono più. Ma qualcuno mi ha obiettato: "...'mbè , allora era méglio lloscì, comme pprima, senza bagni, senza commodità?..Dicete bbene vu che stete a Roma, ma ecco l'invérno fa friddo e 'n ci sse po’ rescallà solamente co' jo foco. Ci vò quelo che ci vò". Non lo nego; non intendo dire questo. Però una cosa è ristrutturare, nel rispetto dell'architettura originale e del buon gusto, un'altra cosa è deturpare il il paese (Petrella era un presepe), scardinando antiche porte ed architravi per far posto ( Dio perdoni loro...) alle lastre di travertino e, mi si perdoni la parolaccia, all' "alluminio anodizzato".; e poi, i danni maggiori li hanno fatti proprio quelli di Roma (oriundi) che hanno lasciato il paese parlando petrellano e son tornati più colti…, parlando romanesco di borgata, ed di quei soldi, troppo spesso transitati attraverso tasche sbagliate. Chi ci ridarà i solai e le gronde di legno (quanto erano belli e caldi) che sono stati sostituiti con il maledetto cemento (bbeello!!); che fine hanno fatto i famosi coppi (canali) di quel bel colore caldo, vellutato dal tempo e tanti architravi di pietra calcarea, fatti asportare da ingenui ed ignoranti proprietari? Molti sono andati in altri luoghi, molto spesso con la complicità delle imprese appaltatrici, ad ornare, insieme ai coppi, le case o le ville di gente più furba e competente. Mi sono soffermato qualche volta sulla strada per Cappadocia a rimirare il panorama e vedere quanti tetti avessero mantenuto i connotati originali; si possono quasi contare con le dita. Dove è finita Petrella? Certamente i cambiamenti in un paese ci devono essere, è normale. Ma perché ci si è voluto quasi vergognare di un'architettura di montagna, così vera e semplice, ripudiandola come obsoleta e volere ad ogni costo modificarla, scimmiottando l'edilizia cittadina! L'architettura di un luogo è il frutto dell'esperienza di secoli basata su principi di carattere economico, sociale e, soprattutto, climatico; un improvvisato muratore, la cui approssimativa cultura è soltanto quella del calcestruzzo, del travertino e, peggio ancora delle guaine e del quarzo plastico, non dovrebbe avere la presunzione di stravolgere tali principi facendo rivoltare nelle tombe i nostri cari vecchi capimastri. Purtroppo le amministrazioni dagli anni '60 -'90 sono state latitanti nella loro miope incompetenza e complicità; ora sembra che abbiano chiuso la stalla, ma ormai non è più possibile recuperare i buoi fuggiti. Carissimo, non voglio continuare a tediati con questi piagnistei, ma mi è sembrato di trovare una spalla sulla quale sintonizzare i miei sentimenti. Voglio complimentarmi ancora con te ed incoraggiarti a continuare e migliorare il sito, coinvolgendo quante più persone possibili. Cerchiamo di salvare il salvabile; riscopriamo e rispolveriamo le vecchie tradizioni per evidenziare e prendere quanto c'era di buono per farle conoscere ai giovani che frequentano Petrella e, troppo spesso si annoiano. Bisognerebbe stimolarli a dimenticare al parcheggio la macchina. Noi la macchina non l'avevamo; i più benestanti avevano la Vespa o la Lambretta, ma non ci annoiavamo. Si stava insieme, si ballava dove capitava: in casa, per strada, in piazza con il juke box del bar. Si facevano gite dovunque: a grotta Cola, Beatrice Cenci, Capacqua (per i petrellani Papacqua), in montagna a Camporotondo non ancora assassinato ma abitato da mucche, muli e cavalli, a Sant'Antonio, San Nicola, ecc.. Le vecchie foto del sito, in una delle quali mi rivedo bambino (Posa della croce alla curva di San Rocco da parte dei Padri Passionisti - estate 1951), mi hanno commosso. Quella foto è la prima di due scatti; come puoi notare molti personaggi sono distratti, girati di spalle o mossi. Per questo l'operatore (il secondo frate) chiese di rimetterci in posa scattando la seconda foto che ti allego con il nomi (in vernacolo) degli attori. Notare Don Serafino che molto .. spontaneamente, si è rimesso in posa poggiando la testa sulla croce; io sono quello dietro il suo fondo schiena Un caro saluto Gerardo Rosci Ovviamente a lui va il mio ringraziamento personale! Massimiliano Castellana |