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ASPETTO CHE MI METTI LA CAVEZZA Nelle osterie di una volta spesso si assisteva a dialoghi canori tra abili declamatori in ottava rima, più o meno come sta succedendo qui appresso: Aspetto
che mi metti la cavezza - e mi riporti su per quei sentieri per
ricordar la dolce giovinezza - volata via, come se fosse ieri. Un
vecchio sogno sempre ci accarezza; - lascia che per un poco esso
si avveri: saltami in groppa, su, voliamo via - sulle ali dolci della fantasia.
la
giovinezza che se n’è fuggita - non la puoi trattenere per la coda. Ben
poco m’è rimasto tra le dita - e seppur poco, è ben ch’io me lo
goda, chè
il naturale volger degli eventi - sta travolgendo muli e sentimenti.
Neppure
il tempo e, tantomeno, i tarli - li renderanno fragili e
sbiaditi. Questi
amici non puoi dimenticarli; - appena visti, noi ci siam capiti e
ho rivissuto un’epoca felice - sopra una bianca e splendida fattrice.
Per
evitare il rischio della noia - voglio restare in mezzo alla natura. Le
bestie sono sempre una pastoia - ma non è questo che mi fa paura. Posso
mostrare a questo mondo boia - che il mulattiere c’ha la pelle dura; e
se la mia è piu forte di una scorza, - ringrazio sempre Dio
che mi da forza.
Gerardo Rosci |